Archivio categoria 'Ricerca'

Le auto prodotte dalla Ford monitoreranno la vostra salute

Ricercatori Ford hanno dotato il sistema SYNC di nuove funzionalità volte al controllo della salute del guidatore. La nuova applicazione è principalmente rivolta ai conducenti affetti da malattie croniche o condizioni mediche che richiedono un monitoraggio (come il diabete o l’asma). Lo stesso sistema potrebbe anche monitorare il livello di glucosio del conducente (in partnership con il produttore di dispositivi medici Medtronic) o avviare il guidatore sulle condizioni esterne come percentuale di polline o smog nell’aria. Non solo, il sistema, infatti può collegarsi in tempo reale con apposite strutture sanitarie e trasmettere i dati vitali del guidatore. Fonte


Svolta nei pannelli solari. Nuovo materiale cattura 90% dell’energia solare

Alcuni ricercatori sostengono che grazie a un nuovo materiale ad alta capacità di irradiamento solare, entro cinque anni sarà possibile realizzare dei particolari fogli, da applicare anche agli impianti già esistenti, e in grado di incrementare notevolmente l’efficienza produttiva.  Gli attuali sistemi adottati, sostanzialmente “soffrono” di un duplice problema: Ii primo luogo, hanno difficoltà a convertire tutta la luce catturata in elettricità. In secondo luogo, riescono a catturare solo una piccola banda delle lunghezze d’onda della luce del Sole che irradia la Terra. I ricercatori dell’Università del Missouri affermano di aver risolto il secondo dei problemi, sostenendo di aver messo a punto un dispositivo in grado di catturare il 90% luce solare, contro il 20% degli attuali pannelli fotovoltaici. Il sistema messo a punto dal dott. Patrick Pinhero, professore associato di ingegneria chimica, prevede l’utilizzo di uno speciale sottile foglio modellabile di piccole antenne denominate nantenna. A questo indirizzo è possibile leggere un abstract dell’articolo pubblicato sul magazine scientifico Journal of Solar Energy Engineering. Fonte


Sedicenne aiuta a sviluppare possibile cura per la Fibrosi Cistica

Marshall Zhang, uno studente liceale di 16 anni (della scuola secondaria Bayview Richmond Hill a Toronto, in Canada), attraverso l’uso di simulazioni al computer, potrebbe aver trovato una nuova terapia vitale per la fibrosi cistica. La ricerca che ha effettuato gli ha permesso di capire come certi farmaci reagiscono con le proteine ​​associate alla fibrosi cistica, una malattia genetica che si manifesta su circa 1 caso su 3.000 neonati nati vivi. Mentre molti professori di biochimica presso l’Università di Toronto hanno respinto la tesi di Zhang, il dott. Christine Bear, ricercatore presso l’Hospital for Sick Children’s Research Institute di Toronto, lo ha accolto al suo laboratorio; all’interno di quest’ultimo, Zhang, utilizzando la rete canadese di supercalcolo, è riuscito a individuare una combinazione di diversi farmaci che potrebbero essere utilizzati contemporaneamente per il trattamento della malattia genetica. Il test, effettuato su alcune cellule, ha dimostrato di essere efficace. La fase successiva sarà quella di iniziare il test sull’uomo, non è infatti detto che la terapia possa essere impiegata con successo senza dannosi effetti collaterali. Fonte

La NASA sperimenta carburante per Jet ottenuto con grasso di pollo

In questi mesi, ricercatori del NASA Dryden Flight Research Center, in California, stanno testato un nuovo tipo di carburante biologico per Jet (Hydrotreated Renewable Jet Fuel), ottenuto dal grasso di pollo. Il carburante viene utilizzato come test per alimentare i propulsori di un aereo DC-8. Lo studio della Nasa servirà per dimostrare che il bio-carburante non deve necessariamente provenire da fonti vegetali, ma può anche essere ricavato da fonti animali. Dai primi test è emerso che il motore alimentato a bio-carburante produce molte emissioni nocive in meno, in particolare, le emissioni di ossidi di azoto, comunemente conosciuto come NOx (una componente fondamentale dello smog, che può direttamente innescare attacchi di asma e problemi respiratori negli esseri umani) sono state molto più basse. Fonte

Dipendenza da caffeina? Colpa di due geni

Ricercatori della University of North Carolina a Chapel Hill, il National Cancer Institute, Brigham and Women’s Hospital e della Harvard School of Public Health hanno scoperto un legame tra la variabilità genetica di due geni e la dipendenza da caffeina. La caffeina può influenzare le nostre vite in molti modi: umore, livelli di energia mentale, prestazioni fisiche, e sonno; ognuno di noi decide quanto caffeina assumere e pare proprio che questo valore sia legato alla presenza di due geni. Per giungere a tale conclusione, gli scienziati hanno studiato le variazioni genetiche in tutto il genoma di oltre 47.000 cittadini statunitensi. Il risultato finale è stata la scoperta di un legame tra due geni, chiamati CYP1A2 e AHR; i due geni scoperti possono essere presenti nel DNA in due versioni diverse, ciascuna legata a basso o alto consumo di caffeina. Gli esperti sperano che questa ricerca possa aiutare nella messa a punto di metodi terapeutici migliori. Fonte

Plastiche e materiali di gomma che si autoriparano

Alcuni ricercatori del Fraunhofer Institute in Germania, ispirandosi a quanto avviene in alcuni alberi di caucciù (specie hevea brasiliensis), capaci di risanare le ferite mediante la produzione di un particolare lattice, hanno messo a punto dei particolari elastomeri capaci di auto-ripararsi. Ciò significa che in futuro sarà possibile realizzare, ad esempio, parti di automobili (sedili, pneumatici e materiali plastici) in grado di ripararsi se usurati o scheggiati. Nel laboratorio del dott. Nellesen, gli elastomeri (gomme e materie plastiche), sono stati rafforzati con l’aggiunta di microcapsule con un adesivo monocomponente (poliisobutilene) capace di stimolare un processo di “auto-guarigione”. Attualmente il componente utilizzato per avviare il processo di “auto-guarigione” richiede un’iniezione di ioni, operazione che comunque potrebbe essere fatta attraverso un processo automatizzato che non richiede l’intervento umano. Fonte e approfondimenti

In laboratorio si prova a generare il primo cuore bio-artificiale

Gli scienziati sono sempre più vicini a realizzare in laboratorio un clone di un cuore umano, soluzione che offrirebbe una speranza per milioni di pazienti cardiopatici. In particolare, alcuni ricercatori, impegnati da tempo su questo fronte di ricerca, sono riusciti a impiantare delle cellule staminali che in poche settimane potrebbero dar vita a un cuore artificiale, certo, ben lontano da essere paragonabile a un cuore umano da impiantare, ma che comunque aprirebbe la strada a ulteriori perfezionamenti a alla creazione in laboratorio di altri organi come fegato, polmoni e reni. I ricercatori hanno prelevato da alcuni donatori delle cellule ‘progenitrici’ staminali, quindi impiantato le stesse su uno scheletro cellulare in grado di ospitarle e farle moltiplicare. La dott.ssa Doris Taylor, esperta di medicina rigenerativa presso l’Università del Minnesota a Minneapolis, ha dichiarato: ‘Il cuore artificiale che abbiamo creato è in crescita continua, speriamo che presto mostri segni di vita, ci aspettiamo un primo battito tra qualche settimana; ci sono molti ostacoli da superare per generare un cuore perfettamente funzionante, ma la mia previsione è che un giorno non molto lontano potrebbe essere possibile far crescere interi organi da trapiantare, senza dovere subire il possibile trauma di un rigetto’. Le cellule staminali che darebbero vita al nuovo cuore, sarebbero infatti prelevate dalla stessa persone che dovrebbe subire un trapianto. Fonte

Nuovo dispositivo utilizza nanotubi di carbonio per individuare nel sangue possibili cellule tumorali

Ricercatori di Harvard e del MIT hanno sviluppato uno strumento che è in grado di individuare le cellule tumorali all’interno di un singolo campione di sangue. Mehmet Toner, a capo dello studio e professore di ingegneria biomedica presso la Harvard Medical School, e Brian Wardle, professore associato di Aeronautica presso il MIT, hanno messo a punto uno strumento che in futuro potrebbe consentire ai medici di capire se il cancro si è diffuso in altre parti del corpo. Le cellule tumorali “fuggite” dal tumore originale, sono molto difficili da individuare, poiché un campione di 1 millilitro di sangue, che contiene decine di miliardi di cellule normali, contiene solo alcune cellule tumorali circolanti; il nuovo dispositivo permetterebbe proprio di individuare con più facilità tali cellule. Grazie a un reticolo di nanotubi di carbonio rivestito di particolari anticorpi, le cellulare tumorali vengono catturate e intrappolate. Il dispositivo è attualmente in fase di sperimentazione in alcuni ospedali e si prevede che sarà disponibile in larga scala entro i prossimi anni. Gli stessi ricercatori sperano, inoltre, di poter utilizzare il medesimo congegno per la diagnosi percosse dell’HIV. Fonte

Ricercatori di Harvard combattono il fuoco con una bacchetta elettrica

Ludovico Cademartiri, a capo dello studio e ricercatore di Harvard, sta cercando di sostituire la manichetta d’acqua in dotazione ai vigili del fuoco con una bacchetta che, tenuta in mano, spara raggi di energia elettrica. L’idea che l’elettricità potesse controllare un incendio apparve circa 200 anni fa. Allora fu infatti osservato che l’elettricità poteva torcere, piegare e perfino eliminare una fiamma. Cademartiri e i suoi colleghi di Harvard hanno quindi creato una bacchetta elettrica che mette in pratica queste osservazioni; hanno utilizzato corrente alternata da 600 watt; direzionandola verso una fiamma sono così riusciti a generare un campo elettrico che ha spento il fuoco in un lasso di tempo davvero minimo. In futuro, Cademartiri non solo spera che i vigili del fuoco possono utilizzare questa nuova tecnologia, ma spera anche di vedere la tecnologia impiegata anche in altre realtà quotidiane. La nuova invenzione è stata presentata in occasione della conferenza American Chemical Society. Fonte

Scienziati del MIT creano la prima foglia artificiale

In occasione dell’annuale meeting nazionale della American Chemical Society, un gruppo di scienzati del mit, capeggiati dal prof. Daniel Nocera,  ha annunciato di essere riusciti a produrre una foglia artificiale che, non solo utilizza materiali  a basso costo, ma permette di compiere un processo di fotosintesi fino a dieci volte più efficiente di una foglia reale. La tecnologia impiegata simula la fotosintesi utilizzando la luce solare per dividere l’acqua in idrogeno e ossigeno, gas che potranno essere immagazzinati per creare delle pile a combustibile. A differenza di altre soluzioni simili, il processo può anche impiegare dell’acqua sporca, rendendo ancora più interessanti i possibili campi applicativi dello studio. Al momento non sono state divulgate altre informazioni, certo è che se la tecnologia troverà impiego commerciale, i risvolti positivi potrebbero essere moltissimi, soprattuto in quello che sembra essere il tema caldo degli ultimi anni: energie alternative, possibilmente meno inquinanti possibili. Fonte

Ricercatori mettono a punto un processore di plastica flessibile

I nuovi dispositivi tecnologici richiedono sempre più spesso l’impiego di materiali pieghevoli; ricercatori di tutto il mondo quotidianamente lavorano alacremente per cercare nuove soluzioni hi-tech che possano, ad esempio, permettergli di abbandonare i circuiti elettronici in silicio, sposando materiali plastici più duttili e più facili da piegare a proprio piacimento. Proprio in quest’ottica, alcuni ricercatori sono riusciti a creare un processore per PC impiegando, invece del classico silicio, 4.000 transistor plasmati con materiale organico. Il processore trova posto sulla parte superiore di un foglio di plastica flessibile (le cui dimensioni sono di circa 2×2 cm per uno spessore di appena 25 micron). Questo primo prototipo non si distingue certo per le performance computazionali (il processore può gestire un solo semplice programma di 16 istruzioni) ma apre la strada a uno sviluppo che da a qui a pochi anni potrebbe regalarci una serie di nuovi dispositivi tecnologici ad oggi relegati alla sola fantasia. Fonte

Usare il cellulare porta il cervello a consumare più zuccheri

Un recente studio condotto dai ricercatori americani del National Institutes of Health di Bethesda, e pubblicato sul magazine Jama, dimostra come durante l’utilizzo del telefono cellulare per almeno cinquanta minuti, il cervello altera il suo metabolismo del glucosio, consumandone maggiormente proprio nelle aree in cui l’antenna del dispositivo poggia. Ciò non dimostra che l’uso dei dispositivi cellulari comporti dei problemi di salute, è solo un’ulteriore scoperta finora “sfuggita” ai numerosi gruppi di ricerca in tutto il mondo. Gli scienziati impegnati in questa ricerca hanno dichiarato: “Non possiamo accertare che tale fattore scoperto a lungo termine comporti problemi di salute, è solo una prova lampante che il cervello reagisce ai campi elettromagnetici”. Fonte e approfondimenti

Scienziati mettono a punto materie plastiche che trasmettono energia

Un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori in Australia e pubblicato sul magazine scientifico ChemPhysChem, dimostra come sia possibile realizzare circuiti elettronici plastici in grado di piegarsi e plasmarsi nelle forme più varie. Il team è stato in grado di utilizzare un fascio di ioni per fare in modo che una pellicola di plastica conducesse facilmente elettricità, alla stregua di altri conduttori metallici. Tali polimeri plastici potrebbero spianare la strada anche a una serie di nuovi prodotti tecnologici, come schermi e magazine digitali pieghevoli, nonche essere impiegati in biomedicina, magari per creare protesi in grado di integrarsi con il corpo umano, riducendo drasticamente il rigetto. Fonte

Nuove batterie agli ioni di litio potrebbero alimentare i veicoli elettrici

Le batterie al litio, che attualmente alimentano una gran varietà di dispositivi elettronici a basso consumo, potrebbero presto anche essere impiegate per alimentare grandi macchine elettriche, come, ad esempio, le automobili elettriche. Infatti, un nuovo studio mostra come alcuni ricercatori hanno sviluppato un nuovo tipo di batteria agli ioni di litio che migliora notevolmente le prestazioni della batteria. I ricercatori, Jusef Hassoun, Ki-Soo Lee, Kook Yang-Sole e Bruno Scrosati, presso l’Università La Sapienza di Roma e la Hanyang University di Seoul, in Corea del Sud, hanno pubblicato il loro studio in un recente numero del Journal of American Chemical Society. La nuova tipologia di batteria fa uso di un anodo di stagno-carbonio e un catodo in ossido di litio “drogato” con manganese nichel e cobalto. Un anodo cosiffatto permette centinaia di cicli di ricarica senza una riduzione della capacità, nonché l’efficienza di carica-scarica si avvicina al 100%. I nuovi materiali impiegati sono più abbondanti in natura, meno costosi, più ecologici e hanno una maggiore stabilità a basse temperature rispetto al catodo di ossido di litio cobalto utilizzato nelle tradizionali batterie agli ioni di litio. Inoltre, nel progettare il catodo, i ricercatori hanno accuratamente ottimizzato la composizione, le dimensioni delle particelle, la forma, la morfologia e la densità. Il catodo ad alta tensione e ad alta capacità fornisce alla nuova batteria una maggiore densità di energia (170 Wh/kg a tensione con portata media di 4,2 volt) rispetto alle batterie agli ioni di litio tradizionali. Le tradizionali batterie agli ioni di litio hanno una densità di energia di circa 120-150 Wh/kg, a seconda del materiale usato per la costruzione del catodo. Scrosati ha dichiarato: “In sintesi, rispetto a coloro che utilizzano batterie tradizionali agli ioni di litio, i veicoli elettrici che utilizzeranno la nuova batteria potranno avere i seguenti vantaggi:
1) un intervallo più lungo di guida (210km contro i 150 km attuali);
2) maggiore velocità massima;
3) Costi più contenuti;
4) migliori prestazioni complessive soprattutto a basse temperature.”

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Ricercatori sperano presto di riuscire a stampare la pelle umana

I ricercatori della Wake Forest Institute for Regenerative Medicine, stanno sviluppando un sistema per “stampare la pelle umana”. “Siamo partiti prendendo una cartuccia a getto d’inchiostro tipica di una comune stampante, invece di inchiostro abbiamo usato delle particolari cellule” ha dichiarato il dottor Anthony Atala, direttore dell’istituto. Il dispositivo potrebbe essere utilizzato per ricostruire la pelle danneggiata o ustionata.
Il progetto è in fase di studio pre-clinico e potrebbe richiedere altri cinque anni di sviluppo prima che sia pronto per essere utilizzato su persone vittime di ustioni. Altre università, tra cui la Cornell University e l’Università di Medicina della Carolina del Sud, stanno lavorando a progetti similari e mostreranno i risultati delle loro ricerche in occasione della conferenza “American Association for the Advancement of Science” che si terrà in questi giorni a Washington. Fonte

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